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Parte seconda (Leggete qui la parte prima)

Dopo che la fata si fu allontanata, il capriolo fece capolino dalle fronde di un ginepro.
“Non bere quella pozione: non m’intendo di foglie, ma so riconoscere un inganno quando lo vedo. Lunilda è una fata beffarda e capricciosa”.
“Le fate della Luna non mentono mai!” sibilò l’abete, infuriato.
“Quello che dici è vero”, sospirò il capriolo, “ma spesso la verità è più letale delle bugie. Lunilda ha detto che le tue foglie cambieranno colore e che dopo cadrai addormentato per sempre. E se volesse avvelenarti?”.
“So ciò che ha detto” protestò l’abete.
“Fa’ come credi. La tua vita è tua soltanto”.

Mentre si allontanava, il capriolo ripensò alle sue parole.
“Non posso abbandonare quell’abete”, si disse, “Non devo; non potrei mai perdonarmelo, se dovesse capitargli qualcosa di male. È così giovane e ingenuo: anche io, quand’ero un cucciolo, avrei commesso gli stessi errori. Devo aiutarlo, come farei per uno dei miei cuccioli”.
Ma certo! So cosa potrei fare per lui”.

Il capriolo si incamminò sul sentiero che scendeva ai piedi della montagna; era coperto di sassi, che scintillavano sotto la Luna. Mentre zampettava di buona lena, il capriolo s’imbatté nella fata Lunilda: stava tornando dal giovane abete. Passando accanto a lui, la fata gli rivolse un sorriso inquietante.
“Quell’albero testardo non ti ha ascoltato, non è vero?” chiese melliflua. Il capriolo scosse la testa.
“Eppure, è così semplice: soltanto un veleno mortale può rendere gialle le foglie di un sempreverde; Prima di ucciderlo, naturalmente. Ahahah”.
La fata passò oltre, ridacchiando.

“È come pensavo. Non c’è più tempo!” sospirò il capriolo, poi prese la rincorsa e si buttò a perdifiato nel sottobosco: doveva correre se voleva arrivare in tempo.
Nel frattempo il giovane abete stava aspettando impaziente il ritorno della fata: non potete immaginare la sua gioia quando riuscì a vederla in lontananza.
“Eccomi, sono tornata” gli disse Lunilda con un piccolo inchino. Il suo faccino, bianco come il latte, scintillava sotto i raggi lunari.
“Sei davvero sicuro di voler concludere il nostro accordo?”

“Sì, sono sicuro. Dai, facciamo in fretta”.
“Quanta premura! Sono le regole: prima di offrire un incantesimo a qualcuno devo essere sicura che lo voglia davvero. Se le fate più anziane, che ci sorvegliano dalla Luna, scoprissero che ho infranto le regole, passerei dei bei guai. Quante noie, povere noi fate”.
Il vento d’autunno passò attraverso i rami dell’abete.
“Comunque è fatta, non temere”.
Lunilda prese la sua fiala di cristallo e la agitò per bene. L’abete si accorse di un’etichetta, che pendeva dalla fiala. Per un attimo fu preso dalla curiosità di sapere cosa avrebbero bevuto le sue radici, ma scacciò quei pensieri dalla testa.

La fata stava per aprire il sigillo quando fu interrotta da un grido: “Fermati! Lunilda ti vuole uccidere, testone di un’abete. Aspetta che io arrivi lassù”.
Era il capriolo, che correva a perdifiato lungo il sentiero, diretto verso di loro. Portava qualcosa sulle spalle, ma era troppo distante e l’abete non riuscì a capire di cosa si trattasse.
“Perché aspettare”, intervenne Lunilda, “lui ha già preso la sua decisione, non intrometterti nei nostri affari”.

Il capriolo accelerò la sua corsa e, per paura di non arrivare in tempo, spiccò un salto poderoso, per raggiungere la radura in cui si trovavano l’abete e la fata.
Quando arrivò ai piedi dell’albero aveva le zampe coperte di graffi ed era senza fiato.
“La pozione di Lunilda è un veleno mortale. Chiedile di mostrarti l’etichetta. Ma anch’io ho una soluzione per te: sono andato ai piedi della montagna e ho raccolto tutte le foglie che ho trovato; ce ne sono di rosse, di gialle e arancioni. Domattina chiederemo agli scoiattoli di appenderle sui tuoi aghi e così anche tu potrai festeggiare come gli altri alberi”.

Questa volta l’abete fu convinto: l’inganno di Lunilda fu svelato e lui rifiutò la sua pozione mortale. Il piano del capriolo si rivelò un successo e dal giorno dopo, anche il sempreverde si unì alla festa degli alberi che perdevano le foglie; ogni giorno, il vento portava via qualcuna delle sue foglie colorate e quando arrivò l’inverno, l’abete tornò alla sua forma. Gli altri alberi, invece, rimasero spogli e si addormentarono, pronti a rinascere con la nuova stagione.